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Custodire la gente avendo cura di ogni persona

Giornate per professioniste della cura

Le Giornate di Studio, promosse dalla FONDAZIONE OIKIA, propongono alle partecipanti momenti di approfondimento, condivisione e riflessione sulla “potenza” della cura e sulla necessità di mantenerne viva la passione in quelle professioni particolarmente rivolte al servizio delle persone.


PARTECIPANTI: le giornate di studio sono rivolte a donne che nel loro ambito professionale si prendono cura di persone (a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, assistenti familiari, docenti, educatrici, infermiere, medici, operatrici sociosanitarie, terapiste occupazionali, ecc.)



Sono pediatra, vengo da Palermo… lavoro come cuoca e vivo a Roma… Infermiera di cure palliative… Lavoro nel servizio di accoglienza… Insegnante di Pisa… Queste alcune delle presentazioni all’arrivo a Castelromano, la sera del 26 gennaio 2024. Cosa hanno in comune queste persone? Un lavoro che consiste nel prendersi cura.

Donne di diversi ambiti professionali, accomunate dal prendersi cura delle persone, nella sua accezione più generale - medici, fisioterapiste, infermiere, insegnanti, cuoche, assistenti familiari o personale amministrativo - hanno “investito del tempo per ripartire dalla relazione”, commenta una delle partecipanti.


Le giornate avevano come obiettivo la possibilità di confrontarsi, riflettere e approfondire le tematiche e le motivazioni che hanno spinto le partecipanti ad intraprendere un determinato percorso professionale. I lavori sono stati aperti da Federica Colzani - sociologa e Presidente di ASCOLOM, un’associazione del terzo settore attiva nella formazione di assistenti familiari e sviluppo di progetti di promozione sociale – con un focus sulla cura come relazione: prima della relazione di cura, viene il prendersi cura della relazione. La riflessione ha incoraggiato a riscoprire la relazione come originaria e generativa e prendersene cura fa scaturire frutti positivi, beni relazionali, come fiducia, cooperazione, reciprocità, socializzazione, progettualità.

Siamo esposti alla velocità e ad un tempo virtuale, la relazione di cura ci permette di tornare alla realtà e umanizza la società. Saper adottare uno “sguardo relazionale” quando lavoriamo significa focalizzare il legame che va creandosi nelle micro-interazioni quotidiane e custodire, prendersi cura di questa relazione emergente. Non è questione di tempo, è questione di posare lo sguardo.

Un’importante riflessione è dedicata al tema della solitudine, tra le maggiori cause di sofferenza. A partire dalla sua esperienza Chiara Mastroianni, infermiera esperta in cure palliative, professore associato e madre di 4 figli, con la suggestiva immagine dell’iceberg ha invitato ad andare a fondo nella solitudine dell’altro, di cui spesso conosciamo solo una parte, ma che ne lascia intuire una parte ben maggiore, nascosta e sconosciuta.

Chi soffre e vive un momento di disagio ha bisogno di vedere negli occhi di chi gli è accanto il riconoscimento della persona che è.

Paola Binetti, neuropsichiatra, docente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, già senatrice e attiva sul fronte delle politiche familiari e a favore di categorie svantaggiate, ha parlato dell’importanza di Mettere la “persona al centro”, cogliendo il bisogno dell’altro e superando la “cultura dello scarto” di cui parla il Papa. “Come persone possiamo dare serenità nella relazione ma anche dare ansia, le parole possono a volte essere parole che curano ma anche che feriscono”, la consapevolezza di questa duplicità degli atti relazionali ci deve guidare, nel nostro quotidiano, nel curare malesseri e malumori anche se a volte questi non sono causati da noi; infatti “dobbiamo curare la sofferenza causata da altri sperando che qualcun altro curi la sofferenza che abbiamo causato noi”.

Solo così mettiamo in circolo un farmaco in grado di curare la società. E il farmaco siamo noi. Cerchiamo di favorire che il sistema sociale evolva verso una maggiore apertura a politiche di sostegno e cura, ma siamo noi che col nostro atteggiamento –con un piccolo “di più” che estrae l’altro dall’anonimato– possiamo rendere la vita altrui migliore o peggiore generando un vero cambiamento sociale.

Oltre alle conferenze e laboratori, incontri e testimonianze hanno permesso di arricchirsi scambiando esperienze umane e professionali e storie di vita, dalla memoria di cosa ci ha spinto a scegliere questo lavoro, al racconto di alcuni dettagli materiali che hanno reso significativo un incontro con chi riceve le nostre cure. Ci si è domandati come venire incontro ad anziani che perdono forze e punti di riferimento ma hanno tanta ricchezza da trasmettere, come riscoprire la bellezza del materno nel contributo che la donna può dare, in che modo l’ambiente influisce come termometro delle relazioni, come rinnovare le forze logorate da un lavoro di servizio coltivando relazioni significative. Tra le testimonianze, toccante quella di Isabel Sanchez, il cui secondo libro di prossima uscita in italiano, “Cuidarnos”, racconta un’esperienza personale di malattia e cura, e come sguardi e gesti possono dare un diverso colore a un’esperienza di questo tipo, rendendo più umani noi stessi e il mondo.


All’origine dell’idea di promuovere questa attività, racconta Grazia Dalla Torre, Presidente della FONDAZIONE OIKIA, c’è il messaggio di San Josemaria. Nel suo “amare il mondo appassionatamente” si scorge la scintilla della passione per la cura che ispira tante iniziative di fedeli dell’Opera nel mondo. Il messaggio della santificazione del lavoro passa anche dalla valorizzazione dei gesti concreti e quotidiani di cura, che hanno al centro la persona nella sua dignità integrale di corpo e spirito, con tutta la potenza di un “materialismo cristiano” di cui San Josemaria parlava: “la nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia, e alle situazioni che sembrano più comuni, il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo”.


Il valore aggiunto delle giornate è il tessuto di relazioni creatosi tra le partecipanti, dal Veneto alla Puglia e da Palermo a Pisa.

“Siamo tornate a casa piene di gratitudine e con l’anima carica di bellezza per le tante cose grandi ascoltate”

“Siamo tornate a casa piene di gratitudine e con l’anima carica di bellezza per le tante cose grandi ascoltate” dice una di loro. Un’altra commenta che “la curiosità di conoscere come vive la cura dell’altro chi ha una professione diversa dalla mia, si è trasformata in carica di speranza e ossigeno vedendo come i valori che ci sostengono aiutano a convivere con le difficoltà e superare i problemi”. Non manca chi torna a casa con la voglia di promuovere nel suo ambiente una iniziativa simile, per dialogare sulla relazione di cura a partire dal proprio ambito professionale, estendendo ad altri questa sensibilità di cui la società ha tanto bisogno.


Ci si lascia cariche di idee e nuove relazioni, dandosi appuntamento alla seconda edizione di queste giornate che vogliono essere l'inizio di un percorso, una corrente positiva di cambiamento e di umanizzazione del mondo per farne davvero una casa comune.


Carla Vassallo

30/01/2024



Per approfondire il tema del prendersi cura negli insegnamenti di San Josemaria: https://romana.org/it/70/studio/il-valore-del-prendersi-cura-degli-altri-negli-ins/#_ftnref25



Leggi anche queste testimonianze: https://opusdei.org/it-it/article/cosa-significa-prendersi-cura-per-loreta-e-simona/




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